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Sostenere il patriarcato è da ignoranti

Sostenere il patriarcato è da ignoranti.

E uso “ignoranti” nel significato proprio del termine: sostenere oggi il patriarcato significa non conoscere ciò che la storia ci insegna, non conoscere ciò che sappiamo sui meccanismi culturali della violenza e ciò che i dati contemporanei documentano sulle sue conseguenze.

Nel programma di Futuro Nazionale pubblicato l’11 agosto 2026, si legge testualmente che dovremmo “proteggere e non criminalizzare il nostro modello: quello del patriarcato mediterraneo“. Nello stesso documento si propone la “formazione di maschi forti, capaci di dominare le emozioni e le passioni“, chiamati a “proteggere le donne” e anche “Abrogheremo l’art. 577 bis del Codice penale che ha introdotto il cosiddetto ‘femminicidio‘”, sostenendo che chi uccide una donna debba essere punito per omicidio senza la necessità di distinguere tra omicidio e femminicidio.

Il sistema sociale patriarcale basato su questo modello di uomo forte che domina le emozioni sopprimendole, dominante, addestrato a rimuovere la vulnerabilità e a esercitare il proprio ruolo attraverso il controllo è un sistema palesemente fallimentare che genera solo violenza e anche frustrazione negli uomini stessi.

Dico “palesemente fallimentare” perché ne conosciamo molto bene i costi.

E quei costi li pagano le donne, ma li pagano anche gli uomini: il patriarcato non insegna soltanto alle donne quale posto debbano occupare, prescrive anche agli uomini quale tipo di uomo sia loro consentito essere. Forte, competitivo, dominante, autosufficiente, incapace di mostrare paura, fragilità, dolore. Come se la capacità di sentire fosse una debolezza e quella di imporsi una virtù.

Ma davvero gli uomini vogliono essere questo?

A chi giova continuare a insegnare agli uomini che la vulnerabilità li sminuisce? A chi giova educarli alla competizione anziché alla cooperazione? Non alle donne e nemmeno agli uomini. E che cosa ci sarebbe di “forte” nell’avere bisogno della subordinazione di qualcun altro per definire la propria identità?

Io penso che chi ha bisogno di ridurre a controllo qualcun’altra/a dimostra solo che ne ha una tremenda paura. Paura di perdere un ruolo di dominio. Nel caso del patriarcato si tratta di un ruolo di dominio innaturale esercitato da millenni.

In ogni caso, sopprimere le emozioni non rende affatto forti. Rende solo più difficile riconoscerle, elaborarle e governarle. In una parola, rende più fragili e anche molto più infelici.

E confondere la forza con il dominio, la protezione con il controllo e l’amore con il possesso è precisamente uno dei nodi culturali che dobbiamo sciogliere, non tramandare, perché fa danni devastanti. Per tutti e tutte.

Trovo particolarmente inquietante l’idea di “formare maschi forti per difendere le donne” in un sistema patriarcale che, per struttura, trasforma le donne in esseri impotenti e fragili. Le donne non hanno bisogno di uomini educati a difenderle in quanto esseri più deboli affidati alla loro tutela. Hanno bisogno di vivere accanto a uomini educati a riconoscerle come persone pienamente autonome, libere e pari, in una società che permetta a ogni essere umano di esprimere il proprio talento e le proprie capacità senza distinzioni di sesso (o vogliono anche cambiare l’art 3 della Costituzione?).

La differenza non è semantica: è politica e culturale.

LA PROTEZIONE PATRIARCALE

La “protezione” patriarcale è pericolosissima retorica. Ogni volta che un uomo dichiara di “proteggere” una donna in un sistema patriarcale, sta contemporaneamente rivendicando il diritto di decidere da che cosa.  Perché una cosa è proteggere una persona in generale che ha bisogno di aiuto (un principio, questo, che fa parte della normalità, del senso civico comune, senza distinzioni di sesso). “Proteggere” qualcuno/a nel sistema patriarcale significa, invece, proteggere ciò che si considera appartenente alla propria sfera di autorità e questo trasforma la protezione in controllo decidendo dove la donna può andare, chi può frequentare, come può vestirsi, cosa può pensare, quando può andarsene.

I DATI ISTAT SULLA VIOLENZA

Ma i dati Istat ci descrivono molto chiaramente che nella maggioranza dei casi la violenza contro le donne è generata proprio dagli uomini con cui le donne convivono e che secondo questo modello patriarcale dovrebbero difenderle.

Chi invece riconosce nell’altro/a una persona libera non pretende di stabilire per lei dove possa andare, chi possa frequentare, come possa vestirsi, che cosa possa desiderare e soprattutto quando possa andarsene. Ed è proprio qui che la retorica della protezione patriarcale si scontra violentemente con la realtà: le persone statisticamente più pericolose per una donna sono proprio i “maschi forti” che secondo questo modello patriarcale dovrebbe difenderla...

Ecco cosa dicono i dati più recenti a questo proposito pubblicati dal Ministero dell’Interno (dati sugli omicidi volontari e la violenza di genere, anno 2025) e dall‘ISTAT (“La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia. Primi risultati, anno 2025”).

– Nel 2025, in Italia, sono state uccise 97 donne. Di queste, 85, cioè l’87,6%, sono state uccise in ambito familiare-affettivo. Quasi nove donne uccise su dieci, dunque, hanno trovato la morte proprio nella sfera delle relazioni familiari e affettive, quella nella quale la retorica patriarcale di Vannacci colloca l’uomo nel ruolo di “protettore”.

– Nel 2025 l’Istat segna che il 63,8% degli stupri è commesso da partner o ex partner. E circa 6,4 milioni di donne italiane tra i 16 e i 75 anni, il 31,9%, dichiarano di avere subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita (e questo al netto dei dati del sommerso che sono esorbitanti. Ogni donna su questo pianeta sa a cosa mi riferisco. Credo che le donne che non abbiano subito nessuna forma di violenza o tentata tale in questo mondo siano davvero pochissime).

Questi numeri dovrebbero suggerire una domanda elementare: da chi dovrebbe proteggerci il patriarcato, quando così spesso la violenza nasce precisamente per mano di chi, secondo questa proposta di Futuro Nazionale, avrebbe dovuto proteggerla? Chi protegge le donne dai loro protettori? La proposta, come si vede, fa acqua da tutte le parti.

FEMMINICIDIO

Inoltre, qualcuno/a spieghi a Vannacci che il femminicidio si distingue dall’omicidio di una donna perché indica l’uccisione di una donna in quanto tale, motivata da discriminazione, odio, dominio o dal possesso legato a una cultura patriarcale. Quindi è giusto integrarlo come una fattispecie autonoma di reato con una specifica valutazione delle conseguenze perché, visti i numeri allarmanti, richiede una attenta considerazione per costituirne deterrente. Non ogni omicidio di una donna è un femminicidio, ma solo quello che deriva da dinamiche di potere e di sottomissione. Guarda caso proprio quelle che stanno alla base del sistema di Possesso/protezione patriarcale.

MATRIARCATO

Se proprio vogliamo recuperare qualcosa delle antiche strutture sociali mediterranee, guarderei semmai ai modelli matrifocali. È qui, attenzione, perché non si tratta di un sistema patriarcale rovesciato nel quale sono le donne a dominare gli uomini, parlo di quei sistemi sociali preistorici nei quali la centralità della vita, delle relazioni, della cura e della comunità non ha richiesto la subordinazione di un sesso all’altro.

Infatti, l’alternativa al patriarcato storicamente non è il matriarcato inteso come dominio femminile. È… la parità!

(Così come il femminismo non è il corrispettivo al femminile di maschilismo, visto che il maschilismo predica un dominio del maschio mentre il femminismo è un movimento che promulga la parità. Sostenere il contrario è ignoranza, ovvero non conoscenza).

A differenza del patriarcato, i sistemi matriarcali non rappresentano un dominio o un’inversione di potere gerarchico, ma si basano su modelli egualitari, di cooperazione e rispetto reciproco e permetterebbero di uscire finalmente dall’idea sbagliata e tossica che una società debba necessariamente essere costruita secondo una gerarchia: qualcuno sopra e qualcuno sotto, qualcuno che comanda e qualcuno che obbedisce, qualcuno che protegge e qualcuno che deve essere protetto.

AUTOREVOLEZZA E STABILITA’ FAMILIARE

Chi sostiene questo modello dice che, in buona sostanza, il patriarcato ha anche cose buone come i principi di “stabilità familiare” e “autorevolezza”. Ma che cosa significano esattamente in termini patriarcali?

Analizziamoli. La “stabilità familiare” della famiglia patriarcale italiana comprendeva anche un matrimonio dal quale non si poteva uscire attraverso il divorzio, introdotto in Italia soltanto nel 1970 con la legge n. 898. Quella “stabilità” significava anche impedire a una donna di liberarsi legalmente da un matrimonio, comprese situazioni segnate da violenze psicologiche, economiche o fisiche. È questa la stabilità familiare che vorresti recuperare?

E veniamo all'”autorevolezza“. Nel sistema familiare patriarcale italiano non era un’astratta virtù morale distribuita equamente tra i coniugi. L’autorità maschile aveva una precisa traduzione giuridica nella preminenza del marito all’interno della famiglia: il capo famiglia. Il padre padrone. È con la riforma del diritto di famiglia del 1975, legge n. 151, che viene superata quella struttura e affermata la parità giuridica tra i coniugi.

Quindi mi chiedo: quale “autorevolezza” patriarcale vorrebbero recuperare che non sia già perfettamente esercitabile, da un uomo come da una donna, all’interno di una relazione paritaria?

COMPLEMENTARIETA’ DEI RUOLI

Si parla poi di “complementarità dei ruoli”. Anche qui bisogna intendersi. Se significa semplicemente che due persone si dividono compiti e responsabilità, non c’è nulla di patriarcale da ripristinare e soprattutto non c’è alcuna ragione perché quella divisione debba essere stabilita sulla base del sesso. Se invece per “complementarità” intendiamo ancora una volta l’uomo prevalentemente proiettato nella dimensione pubblica, professionale ed economica e la donna prevalentemente destinata alla casa, alla cura e all’accudimento, allora stiamo semplicemente riproponendo con una parola più rassicurante la “tradizionale” divisione patriarcale dei ruoli.

LA DIVISIONE DEI RUOLI MASCHI/FEMMINE E LA REALTA’ STORICA

E qui nasce un tema che una volta per tutte va chiarito alla luce di fatti storici precisi: continuare a presentare come naturale, spontanea o “complementare” una divisione dei ruoli costruita culturalmente per millenni, nella quale alla donna spettano la casa, i figli e la cura e all’uomo la produzione, la carriera, il potere e lo spazio pubblico, è sbagliato. E’ frutto di ignoranza, di non conoscenza.

L’idea che questa separazione dei ruoli sia “naturale” è stata profondamente messa in discussione proprio dalle acquisizioni archeologiche e antropologiche più recenti.

Per troppo tempo abbiamo interpretato le società antiche attraverso il paradigma dell’uomo cacciatore e della donna raccoglitrice e accudente. Ma quel paradigma è stato costruito anche attraverso uno sguardo archeologico maschilista a causa del fatto che solo agli uomini era consentito lo studio agli albori dell’archeologia, e quelle interpretazioni che tendevano ad attribuire automaticamente agli uomini attività, prestigio, caccia, comando e potere sono ora smentite dalla scienza.

Le nuove possibilità di analisi dei resti, comprese quelle genetiche, hanno mostrato in diversi casi qualcosa di molto interessante: individui sepolti con corredi, simboli di status o elementi precedentemente interpretati secondo categorie maschili si sono rivelati essere donne.

È un tema sul quale ho lavorato e studiato direttamente. Ne parlo, tra l’altro, in questo mio articolo relativo a un importante ritrovamento archeologico in Perù CLICCA QUI PER LEGGERLO

 

E segnalo anche questo recentissimo articolo della BBC su un ritrovamento nell’area di Stonehenge, che credo sia particolarmente interessante proprio perché contribuisce ulteriormente a modificare la prospettiva con cui vengono interpretati ruolo, status e genere nelle società del passato CLICCA QUI PER LEGGERLO

 

In questi articoli si può ben vedere che l’idea secondo cui nelle società di cacciatori-raccoglitori le donne sarebbero state necessariamente confinate alla raccolta e all’accudimento della prole è stata rimessa in discussione. L’alloparenting, cioè l’accudimento condiviso dei bambini da parte del gruppo, fa cadere proprio uno dei presupposti utilizzati per sostenere che la maternità avrebbe necessariamente impedito alle donne di partecipare alla caccia.

E questo ha una conseguenza metodologica enorme: quando cambiano i dati, deve cambiare anche il paradigma con cui interpretiamo la storia. Se nuove evidenze smentiscono i presupposti sui quali abbiamo costruito determinate interpretazioni, non possiamo continuare a ripeterle come se rappresentassero un ordine “naturale” originario.

Ed è esattamente qui che torno alla parola con cui iniziava il mio articolo: ignoranza. Non come insulto, ma nel suo significato letterale. Non conoscere questi dati, o continuare a perpetuare come naturale una teoria della divisione sessuale dei ruoli nonostante le evidenze che ne hanno messo in discussione i presupposti, significa ignorare ciò che oggi sappiamo della storia.

Quindi torniamo alla questione iniziale. Se dal patriarcato eliminiamo la subordinazione femminile, la gerarchia tra i sessi, l’autorità maschile sulla famiglia e l’attribuzione dei ruoli in base al sesso, e conserviamo responsabilità, cura, protezione, autorevolezza, stabilità e senso del dovere esercitati reciprocamente da uomini e donne, che cosa è rimasto di patriarcale?

Nulla.

È rimasta semplicemente una società paritaria.

E allora forse non stiamo discutendo di quali parti del patriarcato salvare, ma della difficoltà di ammettere che tutto ciò che vale la pena salvare non ha alcun bisogno del patriarcato per esistere.

A chi giova continuare a insegnare agli uomini che la vulnerabilità li sminuisce? A chi giova educarli alla competizione permanente anziché alla cooperazione? A chi giova presentare come “tradizione” un sistema di potere che per millenni ha limitato l’autonomia giuridica, economica, sessuale e personale delle donne? Non alle donne, ma neanche agli uomini visto che, come è evidente a tutti e tutte, questo modello sta portando solo guerre, infelicità, morte e miseria.

E soprattutto: che cosa ci sarebbe di “forte” nell’avere bisogno della subordinazione di qualcun altro per definire la propria identità?

Non si sforzi dunque Vannacci di riportarci il patriarcato: ancora ci viviamo immerse/i con tutte le devastazioni psicologiche, economiche, ambientali e sociali che comporta.

Il lavoro da fare è esattamente l’opposto: liberarci di ciò che ne resta. Smettere di educare uomini e donne al dominio e alla subordinazione e cominciare a educarli al rispetto, alla libertà di essere se stesse/i con i propri talenti, unicità e anche fragilità, educarli alla responsabilità, al rispetto, alla capacità di sentire e alla reciprocità che è la base per qualunque relazione umana che possa definirsi sana.

Non abbiamo bisogno di “maschi forti” che proteggano le donne in un sistema patriarcale di dominio.

Abbiamo bisogno di donne libere e di uomini liberi capaci di vivere accanto senza averne paura e di una società nella quale nessuno debba dominare qualcun altro per sentirsi forte.

Cristina Muntoni

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