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Isteria. Quando le parole raccontano la storia della demonizzazione femminile. 

La parola “isteria”, richiamata da un tweet della Ministra per la Pubblica Amministrazione, solleva una riflessione sui termini  in cui si esprime la demonizzazione della donna. La parola, nel tempo ha assunto una valenza negativa, è stata associata ad attacchi nevrotici di cui si consideravano colpite essenzialmente le donne ma un tempo aveva un altro significato. Un significato positivo e legato al femminile: l’etimologia della parola rimanda ad utero (dal greco Hystera, utero). Quindi, la parola che indica la parte del corpo femminile che genera la vita (con tutta l’accezione potentemente positiva che racchiude) è stata trasformata in qualcosa di fortemente negativo e usata nel linguaggio comune anche in senso offensivo. Questa negatività non è stata perduta nemmeno oggi, dopo quarant’anni dall’abolizione della parola tra i termini medico-scientifici.

Ma qual è la sua storia?

Della storia di questa e di altre parole (e di cosa si può fare per superarle) parlerò il 9 maggio 2019 al Museo Archeologico di Cagliari (in un incontro di cui indicherò presto i dettagli nella pagina “eventi” e di cui puoi ricevere aggiornamenti iscrivendoti alla newsletter).

L’isteria viene definita come una “incontrollabile o esagerata emozione o eccitamento”. Si tratta di un aggettivo usato solitamente per descrivere le donne che esprimono una qualsiasi emozione, come rabbia, tristezza, o shock. È quindi uno dei molti termini usati per sminuire e denigrare le emozioni delle donne.

Come ho raccontato in un articolo su Globalist (clicca qui per leggerlo), 

“Isteria” ha iniziato ad essere associata a qualcosa di negativo con Ippocrate perché per primo lo usò per indicare un disturbo (poi qualificato nevrosi). La cosa interessante è che il termine deriva dal greco hystera che significa “utero” proprio perché Ippocrate riteneva che la causa dei disturbi fossero provocati da quest’organo che rappresenta, secondo il modello della parte per il tutto, l’intero organismo femminile.

L’organo della vita che per migliaia di anni era celebrato come simbolo della sacralità e della potenza della donna diventa una malattia e la cura è il maschio.

Scrive Platone nel Timeo “Nelle donne la cosiddetta matrice e la vulva somigliano a un animale desideroso di far figli, che, quando non produce frutto per molto tempo dopo la stagione, si affligge e si duole, ed errando qua e là per tutto il corpo e chiudendo i passaggi dell’aria e impedendo il respiro, genera il corpo nelle più grandi angosce e genera altre malattie di ogni specie“. La cura galenica dell’isteria consisterà quindi nel coito e nella gravidanza. Col medico alessandrino Sorano la terapia si rovescia: poiché le malattie femminili sono provocate dalle fatiche della procreazione, la salute è favorita dall’astinenza sessuale. Con l’affermarsi del Cristianesimo e l’importanza data alla castità come virtù, infatti, l’isteria iniziò ad essere trattata come una chiara manifestazione demoniaca. Condizione ideale per la femmina è la verginità perpetua. 

Quindi la soluzione è sempre nel controllo della libertà sessuale della donna.

Nel Medioevo per i casi di isteria il medico viene sostituito dall’esorcista. Le donne che presentavano i sintomi dell’isteria erano considerate possedute dal demonio, quindi streghe e, in quanto tali, arse al rogo.

Con l’Illuminismo, nel quale l’esorcismo è visto come frutto dell’ignoranza e della superstizione, si sostituisce un approccio scientifico razionale: l’isteria, nella forma della ninfomania, viene utilizzata dal medico francese J.D.T. de Bienville (1771) come argomento per imporre alle madri un’educazione autoritaria e costrittiva delle fanciulle, alle quali viene persino proibita la lettura dei romanzi d’amore che potrebbero alterare le loro deboli fibre nervose.

Dal Settecento e sino Freud continua ad associarsi l’isteria a un disturbo legato alla sessualità della donna.

Non è calcolabile il numero delle donne che sono state rinchiuse, torturate e annientate nei manicomi nel Novecento con la diagnosi/accusa di isterismo. Spesso era il modo più semplice per eliminare una donna pensante e libera. Un caso fra tutti, Ida Dalser, la prima moglie di Mussolini.

Ma nonostante la medicina abbia eliminato la parola (l’American psychiatric association l’ha esclusa nel 1987 dall’elenco delle malattie di origine psichiatrica) e nonostante la storia ci racconti che il termine racchiuda la storia della violenta demonizzazione che le donne hanno subito visto che il termine dall’indicare l’organi sessuale femminile e, con esso la donna stessa, oggi, nel 2019, sembra che nulla sia cambiato.

L’utilizzo continuo di questa parola in senso dispregiativo e offensivo, oltre essere frutto di ignoranza, è gravissimo perché esprime tutta la misoginia che ha percorso in linea retta la storia con l’unico scopo di annientare la radice sacra del femminile.

Le parole creano.

Usiamole con cura.

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