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All’alba dell’umanità, Dio era femmina. Ogni singola donna era considerata incarnazione divina, rappresentando il potere creativo della Dea Madre e manifestandosi come strumento vivente del suo potere nel mondo. Solo esse potevano comunicare con l’invisibile, facendosi da tramite tra l’umanità e la dimensione divina. A raccontarci questa devozione sono i reperti archeologici che, a partire dalla Venere di Hohle Fels ritrovata in Germania, testimoniano che già da 35-40 mila anni fa il divino femminile era al centro degli equilibri sociali ed essi erano basati sulla matrifocalità. Il dominio maschile del patriarcato che oggi ci appare come uno stato inevitabile e perenne, quindi, non è che una frazione temporale piccolissima rispetto a un tempo enormemente più ampio in cui le società si sono basate sull’armonia tra i sessi senza dominio, ma con la visione della centralità della donna in quanto generatrice di vita. Questo equilibrio sociale probabilmente corrispondeva anche ad un equilibrio interiore. Le donne, riconoscendo la propria divinità individuale, avevano un rapporto amorevole col proprio corpo in qualunque condizione si presentasse e qualunque fase stessero attraversando della propria vita. Questo dimostrano le rappresentazioni di dee col seno cadente, pieghe di pelle, ventri gonfi e fianchi larghi di corpi attraversati dal tempo e dalle gravidanze. Un’immagine che oggi collegheremmo alla decadenza, mentre un tempo veniva celebrata come manifestazione della sacra ciclicità della vita.

Tra il secondo e il primo millennio a.C. iniziò uno stravolgimento sociale che portò alla fine di questo equilibrio, alla rottura dell’armonia tra i sessi e al violento dominio dell’uomo sulla donna. La nascita del patriarcato coincide col tragico tramonto dell’armonia. Tutto ciò che era rappresentazione del sacro venne demonizzato, vietato, punito e annientato con ogni mezzo. Così come le nuove religioni patriarcali sovrapposero i propri templi a quelli dedicati al culto della Dea, anche la sacralità individuale dentro ogni donna venne distrutta, svilita e punita, sostituendovi il senso di colpa, di inadeguatezza e di sottomissione a cui hanno relegato tutto il genere femminile.

Ma nonostante tutte le terrificanti campagne di annientamento come l’Inquisizione e la moltitudine di leggi che, per millenni, hanno impedito alle donne l’accesso all’istruzione, a ruoli, professioni, cariche sacerdotali e persino a decidere per la propria vita, sul proprio corpo e del proprio destino, quella sacralità femminile non è mai stata completamente soffocata. Il femminino sacro, nonostante tutto, è sopravvissuto. È una brace ancora accesa che attende di risvegliarsi nelle donne, ma anche negli uomini, come la riacquisizione di valore del lato spirituale e intuitivo, la consapevolezza di un rapporto più armonico con la natura e i suoi cicli.

In questa rubrica vi propongo di ripercorrere le vie per il risveglio del femminino sacro che passano attraverso la conoscenza e la consapevolezza di ciò che ci è stato imposto di dimenticare: la nostra interiore divinità.

Cristina Muntoni

 

(Questo articolo è stato pubblicato nella mia rubrica #Sacredwoman su Coach ShoppingMag nel numero invernale 2018/2019)