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La parità di genere nella Preistoria

Nella Preistoria gli uomini erano cacciatori e le donne raccoglitrici dedite alle faccende domestiche? No, la storia va riscritta.

Una scoperta archeologica portata alla luce poche settimane fa ha sovvertito la teoria del binarismo di genere applicata ai popoli preistorici svelando che le divisioni dei compiti avvenivano sulla base delle attitudini, non del sesso e le società erano quindi basate sulla parità di genere. L’immagine degli uomini dediti all’azione, all’agire nel mondo e a svilupparne il progresso mentre le donne erano intente solo a raccogliere i frutti della terra e a badare alla prole è un falso. Ma questa idea è talmente radicata nell’immaginario collettivo che, persino quando le armi da caccia vengono trovate a corredo funerario di uno scheletro femminile, o si crede che lo scheletro appartenesse a un uomo o che le armi fossero utensili per faccende “da donne”.

La scoperta archeologica di una cacciatrice di 9 mila anni fa nell’altipiano andino (clicca qui per leggere l’articolo sulla rubrica la 27esimaora del Corriere della Sera in cui l’ho raccontata) ha completamente sovvertito questa idea di antiche suddivisioni di ruoli. La scoperta è di enorme importanza perché annienta anche la considerazione, pericolosamente diffusa, che la disuguaglianza di genere sia in fondo una connotazione ancestrale e naturale negli esseri umani perché così sarebbe sempre stato. L’importanza di sovvertire questo credo è rivoluzionaria visto che su questo pensiero si è giustificato il più grande crimine dell’umanità: quello di relegare le donne ai margini, oscurando il loro genio, il loro sapere, compiendo l’atroce crimine del furto del loro talento, agendole violenza, escludendone l’accesso a cariche, ruoli, studi, professioni. Tutto questo sulla base di una supposta natura inferiore le cui radici sarebbero state scritte dalla natura all’alba dell’umanità.

Ma da dove nasce questo pensiero erroneo che è sempre stato presentato come una certezza inossidabile, se le scoperte degli ultimi 50 anni vanno via via smontandolo sino a questa ultima decisiva scoperta?

Questa suddivisione nasce primariamente dalla visione maschilista che ha accompagnato l’approccio interpretativo degli archeologi. Lo sguardo femminile è stato lungamente assente poiché alle donne era precluso accedere alle aule universitarie e, anche quando è stato possibile, hanno comunque dovuto adeguarsi prima che la loro parola e la loro visione del mondo venisse ascoltata e tenuta in considerazione. Gli studi di Marija Gimbutas, ad esempio, sono stati a lungo considerati ai margini dell’accettazione dell’Accademia proprio perché non mainstream.

Quella visione cacciatori/raccoglitrici si era sedimentata nel mondo accademico internazionale e venne confermata dalle teorie proposte nell’importante simposio internazionale “Man the Hunter” (l’uomo cacciatore) che si è svolto a Chicago nel 1966. I relatori del convegno sostenevano che la caccia avrebbe stimolato l’interazione tra gli uomini e che dall’interazione si sarebbero sviluppati il linguaggio e l’ingegno pratico per costruire gli arnesi da caccia. Da qui sarebbe poi disceso, come postulato considerato inoppugnabile, che il merito delle capacità acquisite dal genere umano sia esclusivamente degli uomini.

Tuttavia, molti studi antropologici hanno messo in discussione il modello dell’uomo cacciatore. Sono stati significativi negli anni Settanta gli studi dell’antopologo Bion Griffin e dell’antropologa Agnes Estioko-Griffin. Studiando i Nanadukan Agta, una popolazione di cacciatori/trici-raccoglitori/trici di Luzon, nelle Filippine, notarono che le donne usavano l’arpione per pescare e, nella metà delle battute di caccia a cui gli studiosi avevano assistito, uomini e donne cacciavano assieme. Tra i Nanadukan Agta gli uomini partecipavano alla cura della prole al pari delle donne. In altri casi, come quello dei Sani dell’Africa meridionale e degli Hadza della Tanzania, c’è una netta divisione tra uomini-cacciatori e donne-raccoglitrici. Secondo gli antropologi Michael Gurven e Kim Hill, le donne non cacciano quando la caccia prevede l’allontanamento dalla comunità per più giorni e animali pericolosi. Questi studi ci dimostrano che quando l’ambiente e la cultura della comunità lo permettono, le donne e gli uomini collaborano alla pari.

L’idea che nella Preistoria ci fosse una divisione dei ruoli in base al sesso e che questo sia nella natura umana è quindi solo frutto di un pregiudizio. Cambiare questa visione è possibile perché le scoperte ci stanno dimostrando che ciò che è nella nostra natura è la parità.

La divulgazione della conoscenza è lo strumento più efficace per ottenerla.

 

L’immagine, coperta da copyright, è una gentile concessione di Angela Demontis che l’ha realizzata per illustrare questo articolo ed è frutto di lavoro di ricerca sperimentale e di studio sui risultati del recente scavo a Wilamaya Patjxa evidenziando la tecnica di tiro del propulsore di cui sono state ritrovati i resti.

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