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La Grotta della Vipera e il culto della Dea Iside

Iside era la Dea egizia della maternità, della fertilità, della magia e protettrice dei naviganti. Il suo culto era molto diffuso in tutto il Mediterraneo e, a volte, basta osservare con attenzione i muri delle nostre città per trovarne le tracce.

Dopo due anni di interventi di restauro, da oggi a Cagliari si può nuovamente visitare la Grotta della Vipera, un monumento sepolcrale di epoca romana ai piedi della grande necropoli fenicio-punica, la più grande di tutto il bacino mediterraneo. La necropoli che si estende alle pendici del colle di Tuvixeddu, in pieno centro cittadino, fu riutilizzata in epoca romana con le stesse funzioni. Ѐ in quell’epoca che fu costruito questo sepolcro gentilizio con le fattezze di un tempio che conserva le tracce dell’antico culto di Iside ed è legato a una storia d’amore.

Il nome di questo ipogeo scavato sulla pietra calcarea deriva dal fatto che sul frontone, ai lati di un triangolo, sono scolpiti due serpenti. Sotto il fregio, un’iscrizione latina avvisa chi, passando, incrocia il suo sguardo con questo ingresso:

Ciò che ti sembra un tempio, viandante, copre le ceneri e le piccole ossa di Pomptilla.

La protagonista di questa storia è una nobildonna romana, Attilia Pomptilla, le cui vicende ricalcano il mito greco di Alcesti che sacrificò la sua vita per salvare quella del suo sposo.

Le pareti di questo heroon mostrano scritte incise sulla pietra bianca (ora ripulite con un sistema laser) che rivelano una storia. Nove composizioni in latino e sette in greco decorano questo tempietto in stile ionico, raccontandoci frammenti di una vita che sarebbe diventata polvere se Alberto Lamarmora non l’avesse difesa. Nel 1822 l’intellettuale piemontese venne a sapere della volontà degli impresari che stavano costruendo la strada Reale da Cagliari a Porto Torres (voluta dal re Carlo Felice e da cui prese il nome) di distruggere la Grotta della Vipera per ampliare la sede stradale. Erano già stati scavati dei fori per le mine. Lamarmora intervenne presso il Vicerè e riuscì ad ottenere la salvaguardia dell’ipogeo.

Le iscrizioni incise sulle pareti sono il frutto di un concorso tra poeti latini e greci che venne bandito nell’Isola affinché si potesse cantare in versi il miracolo di una storia d’amore. I componimenti migliori furono scolpiti nelle pareti del sepolcro regalandoci gli elementi per ricostruirla.

LA STORIA D’AMORE

Attilia Pomptilla viveva a Cagliari con suo marito, il romano Lucio Cassio Filippo. Una delle iscrizioni la definisce “benedicta”. Questo appellativo è interessante perché, unito al simbolo dei fregi dell’architrave della facciata, può essere considerato un chiaro indizio – come anche sostenuto da alcuni studiosi ottocenteschi – della sua appartenenza al culto di Iside. Il culto misterico di Iside era diffuso proprio nell’epoca in cui visse Attilia ed era sostenuto da Nerone, l’imperatore che esiliò in Sardegna il padre di Filippo. Proprio l’esilio a cui fu condannato il padre di Filippo fu la ragione per la quale i due sposi si trovarono a vivere a Cagliari. L’ipotesi dell’appartenenza di Attilia ai culti di Iside non è azzardata. Il culto era molto diffuso a Cagliari. Lo testimoniano, tra i vari reperti, anche le numerose statue isiache ritrovate in città, come quelle custodite al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari.

Non sappiamo come i due coniugi vissero questo esilio lontano da Roma. Sappiamo però per certo che si amarono per 42 anni e, anche se sulla parete destra un’iscrizione latina, nel dar parola a Pomptilla, non sembra descrivere una donna padrona della sua vita e del suo destino,

Sono prigioniera della terra sarda per aver seguito mio marito

un’iscrizione nella parete sinistra descrive, invece, un’altra realtà. Quella di una coppia salda e felice

Siamo vissuti uniti quarantadue anni – la fedeltà che ci ha uniti ci ha dato molte gioie

La storia che vissero fu interrotta da una malattia.  Il clima della città era reso malsano dalle paludi e dalle lagune limitrofe e Filippo contrasse la malaria.

Attilia era afflitta. Il dolore nel vedere Filippo moribondo la portò a pregare chiedendo alle divinità di prendere la propria vita in cambio della guarigione dell’amato sposo. Le suppliche furono ascoltate e in breve tempo esaudite perché il marito riacquistò la salute, mentre Attilia si ammalò e, dopo poco tempo, morì.

Filippo, disperato, fece erigere un tempio per la sua sposa a simbolo e celebrazione del loro amore. Per erigerlo fece scavare la roccia creando un ambiente sotterraneo nel cui frontone sovrastante l’ingresso domina, ben visibile a tutti i passanti, una dedica che onora la matrona deceduta all’età di 60 anni

O.P.O.S. MEMORIAE. ATILIAE. L.F. POMPTILLAE BENEDICTAE. M.S.P.

le cui abbreviazioni significano O(pus) i(nstitutum) o(blatum) q(ue) s(acrae) memoriae Atiliae L(ucii) f(iliae) Pomptillae benedictae. M(aritus) s(ua) p(ecunia) ovvero “Monumento edificato e dedicato alla sacra memoria della benedetta Atilia Pomptilla, figlia di Lucius. Il marito (fece) a proprie spese”. 

LA SIMBOLOGIA

Sopra la dedica svettano i fregi di due serpenti scolpiti nella roccia. Il popolo li ha sempre comunemente interpretati come due vipere e questo ha dato il nome al sepolcro. Ma sul significato di questi serpenti posti l’uno davanti all’altro ci sono diverse opinioni. Secondo alcuni, simboleggerebbero la vita eterna e l’immortalità dell’amore coniugale e per questo scelti da Filippo per decorare il santuario. Secondo un’altra tesi sarebbero simboli della Madre Terra, molto usati con questo significato a Pompei. Questa interpretazione è anche quella che ho spiegato durante un seminario al Museo Archeologico di Cagliari (che si può ascoltare cliccando QUI).

Legata a questa interpretazione c’è la tesi sostenuta anche da Albizzati secondo la quale questi due rettili avrebbero attinenza con il culto di Iside simboleggiando il femminile e il maschile, Iside e Osiride e con ciò confermando l’appartenenza al culto da parte di Attilia.

 

ISIDE

Iside, nel Pantheon egizio, era sposa e sorella di Osiride. In un mito che ripercorre la simbologia della ciclica morte e rinascita della natura, Osiride viene ucciso da suo fratello Set che smembrò il suo cadavere. Iside e Nefti, assieme ad altre divinità come Anubi, cercarono i pezzi del corpo di Osiride e lo riassemblarono. Iside lo fece risorgere con i suoi incantesimi e si unì sessualmente a lui generando il figlio Horus. Il ciclo della vita, morte e rinascita della natura è racchiuso in questo mito e nei culti che si sono tramandati per celebrarlo.

In epoca romana Iside era fra le divinità più comunemente rappresentate nell’arte religiosa della casa, in forma di statuette e dipinti.  Moltissimi sono i riferimenti alla Dea nei Testi delle Piramidi, nel Libro dei morti egiziano e nei testi magici dove viene citata nei numerosi incantesimi di guarigione perché le sue pratiche per guarire Osiride vengono estese ad ogni paziente. 

Di questi culti resta traccia nella Grotta della Vipera.

 

LE LEGGENDE DELLA GROTTA

Il tempio ionico e la sua storia sono entrate a far parte dell’identità della città, stimolando la fantasia e la creazione di leggende. Secondo alcuni – come racconta il giornalista e speleologo Marcello Polastri, profondo conoscitore della necropoli dove l’heroon di Attilia è situato – il fantasma della nobildonna farebbe spesso la sua comparsa. Ma la leggenda più interessante è quella che vuole che nel sottosuolo del tempio si nasconderebbe un favoloso tesoro. In effetti esistono due passaggi sotterranei molto insidiosi che Polastri ha esplorato. <<Ho scoperto, documentandolo in uno dei miei libri, che nelle vicinanze del sepolcro nel 1600 abitavano due coniugi che chiesero al Procuratore Generale della Sardegna il permesso per poter scavare ed esplorare i cunicoli. Se trovarono il tesoro, però, non lo sappiamo>>.

Quello che sappiamo è che il tempio sepolcrale è entrato nell’immaginario e nell’identità della città. Gli abitanti del rione per generazioni scavarono alla ricerca di questo tesoro che, secondo la leggenda popolare, sarebbe nascosto in uno dei cunicoli della grotta accanto a quello in cui i malcapitati troverebbero la mitica e terribile Musca Macedda, un gigantesco insetto dalla puntura mortale.

A stare, invece, fuori dai cunicoli e a passare soltanto davanti al tempio, staranno coloro che vedranno il tesoro in ogni più piccolo frammento del tempio perché ogni fregio e ogni insenatura sono la celebrazione dell’amore espresso nei versi che Filippo compose e fece scolpire nella roccia

“Possano o Pomptilla queste tue ceneri

fecondate dalla rugiada

essere trasformate in gigli ed in

verdi fronde ove sbocci la rosa

e risaltino il profumato zafferano ed il

semprevivo amaranto.

Possa tu diventare ai nostri occhi

il fiore della primavera

affinché abbia come Narciso,

questo oggetto di lacrime eterno.

Ma se Pomptilla sacrificò se stessa

per l’amato sposo, Filippo, vivendo suo malgrado,

brama ardentemente di vedere presto riunita

la sua anima a quella

della più dolce delle spose”.

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